Arriviamo a Rainbow Beach in ritardo, a causa delle peripezie del giorno precedente, perciò perdiamo il briefing con i nostri compagni di squadra.
Una passeggiata sulla spiaggia, poi scorta di alcoolici e via a letto perché il giorno dopo la sveglia suona alle 7.
Luke, il tipico coglionazzo australiano, si esibisce in un'introduzione all'isola che sembra più un numero di cabaret che un vero e proprio monito.
Non fate questo, non fate quello, ecc ecc.
La cosa più sensata che ha detto è stata: “ogni giorno della vostra noiosa vita, seduti davanti a computer in ufficio, dite a voi stessi “oh, come vorrei essere su un'isola tropicale ora...”. Beh, OGGI, è QUEL giorno, perciò preparatevi a spaccarvi e ad avere GOOD TIIIIMES!”.
Finalmente conosciamo la squadra, composta da 5 irlandesi e 4 nord-irlandesi. Morale: la comprensione è sostanzialmente difficilissima quando cominciano a parlare nel loro dialetto.
Caricato l'equipaggiamento, saliamo sulla nostra jeep, una Toyota Landrover che ne deve aver viste di tutti i colori, con 11 posti complessivi a sedere.
Equipaggiamento alcoolico: 5 casse di birra, 25 litri di vino bianco di serie Z, una bozza di bourbon e una di rum.
Luke ci mette in guardia: Fraser Island, come già detto, è fatta al 100% di sabbia, perciò niente strade o sentieri, si guida sempre e solo sulla sabbia. Il modo migliore per farlo è sfruttare il bagnasciuga, ma sbagliare di pochi centimetri, andando troppo verso l'acqua, può costare carissimo: il mare di Fraser è tra i più bastardi al mondo, talmente tanto che la balneazione è vietata.
Immergendo i piedi pochi centimetri in acqua ci si accorge che quando l'onda si ritira in flusso è talmente forte che ti trascina in acqua con un niente. Acqua, tra l'altro, infestata come poche da squali e meduse mortali.
Percio’ mettere due ruote nell’acqua col mare che ti toglie la terra da sotto significa ribaltarsi al 100%.
Meglio la sabbia soffice, direte voi. Ma è praticamente assicurato che si rimane impantanati ogni 5 metri.
Si parte, dopo pochi minuti di traghetto scendiamo sull'isola e cominciamo il nostri itinerario.
In barba a tutte le indicazioni, il buon Nick comincia a guidare come uno sciagurato, esibendosi in salti degni del telefilm Hazard. Ogni volta tremiamo per le sospensioni: romperle significa dover pagare 400$...
Ovviamente l'euforia la fa da padrona, quindi si comincia subito a bere in maniera scellerata: gli irlandesi si scolano una birra dietro l'altra mentre io e
Stefano ci dedichiamo a quella vinazza fetida.
Al primo stop, al Lake McKenzie, ognuno di noi si è già bevuto 5-6 lattine di birra o mezzo litro di vino. Incontriamo lì gli altri equipaggi, in tutto 6, e ci tuffiamo in questo meraviglioso lago dall'acqua (piovana) cristallina e dalla sabbia bianca e farinosa: un paradiso, ancora di più se sei completamente in bomba.
Al tramonto ci accampiamo insieme ad un altro equipaggio e si comincia con la musica. Alta, molto alta, forse troppo per chi, come me, aveva un mal di testa epico dovuto alla suddetta vinazza.
La mattina seguente visitiamo le Champagne Pools, ossia delle piccole piscine naturali protette da scogli, con acqua naturalmente effervescente all'interno.
Poi è la volta dell'Indian Head, un'altura dalla quale si ammira tutta l'isola.
È questo il posto da me prescelto per far cadere (accidentalmente) i miei amatissimi occhiali da sole, che dopo un volo di un centinaio di metri finiscono in mare. Nel mare più stronzo del mondo, altrimenti avrei fatto un giro più largo via mare per recuperarli.
Ci si accampa poi per l'ultima notte e si decide di accendere un fuoco, contravvenendo nuovamente alle indicazioni di Luke.
Dopo cena si finisce tutti a bere attorno al fuoco, ma la percentuale di irlandesi presenti (circa l'80%) finisce per trasformare la superiorità di Dublino su Cork nell'unico argomento possibile.
Proprio mentre, tazza di bourbon in mano, comincio ad annoiarmi, ecco che succede una di quelle cose che ti fanno sorridere: la bella della compagnia (ovviamente dell'altro equipaggio) mi attacca bottone dicendo che la sua amica è francese e quindi mi odia in quanto italiano.
Dopo aver dato della pezzente schifosa vicecampiona alla francese mi dedico alla più interessante fanciulla.
Mamma che bella.
Mora, capelli ricci, occhi celesti e carnagione scura.
Sarebbe già abbastanza, e invece no: trattasi infatti di un'affascinante macchina di morte, israeliana, con due anni di servizio militare alle spalle (nonostante i soli 22 anni d'età) ed un'esperienza di diversi anni nel krav maga.
Ozz, Tomass, tirate su le mani da sotto il tavolo... ecco grazie, posso continuare.
Rimaniamo a ciacolare davanti al fuoco per diverse ore, poi mi propone di svegliarci all'alba per vedere il sole sorgere sull'isola. Le dico di fare di tutto per svegliarmi, anche tirarmi un dingo in tenda se necessario.
Ah, i dingo, ora vi spiego:
Fraser Island è il regno dei dingo, i cani selvatici australiani. Sono numerosi e spesso aggressivi, hanno ucciso diverse persone negli ultimi anni.
Quindi da campeggiatore è sempre meglio stare attenti e non muoversi mai da solo.
Vado a letto, pensando a come sarebbe stato bello svegliarsi all'alba...
E poco importa che uno degli irlandesi mi collassi in tenda chiedendo ospitalità: mi aspettava comunque un buon risveglio.
E poco importa che cominci a piovere sulla tenda, tanto comunque sarebbe stato un buon risveglio.
Comincia a importarmi un po' di più quando, a pochi metri dalla mia testa, odo degli ululati durante la notte...
E comincia ad essere piuttosto importante quando, al posto della fanciulla, vengo svegliato dalle grida dei rangers che ci ordinano di alzarci e uscire dalle nostre tende.
Piove+dingo+rangers= niente alba con la tipa.
Ma mica finisce qui! I rangers cominciano con un super-cazziatone, spiegandoci che abbiamo infranto in una notte praticamente tutte le leggi dell'isola. I capi d'imputazione sono:
-accensione di un fuoco (è totalmente vietato sull'isola).
-uso di arbusti strappati dalla pianta per alimentare il fuoco (colpa degli irlandesi)
-abbandono di rifiuti sul suolo (avremmo ripulito il tutto una volta svegliati).
-abbandono di cibo fuori dai veicoli (il cibo aveva richiamato i dingo che si erano precipitati lì nella notte ed avevano banchettato: andare al cesso poteva diventare letale).
Riusciamo ad essere multati solo per i dingo e per il fuoco, per un totale di 600$. Il tutto mentre qualche coglionazzo irlandese spara, a tutto volume, una loro canzone tipica chiamata “We didn't start the fire”.
Per fortuna siamo in 22, quindi alla fine il danno economico è limitato.
Sistemiamo il tutto e ripartiamo, rischiando di morire altre volte per colpa dei salti sfrecciando a 100km/h sulla sabbia. Altre volte invece ci tocca tirare fuori dai guai (ossia dalla sabbia) l'altro gruppo. Sembrano disagi ma alla fine son momenti divertenti e forse i più speciali di questi giorni.
Si torna a casa e la nostra macchina passa miracolosamente l'esame meccanico: non abbiamo rotto le sospensioni, anche se avrei scommesso il contrario: si festeggia come dopo una vittoria ai mondiali.
Nick festeggia calciando un pallone, che apparteneva all'israeliana. Lei, che già lo odiava, si riprende il pallone e si allontana. Nick, sbruffone nel dna, le tira una specie di calcio in culo per finta, per sfotterla. A quel punto son servite 3 persone per portarla via prima che lo uccidesse. E, per Dio, so che avrebbe potuto farlo in meno di 5 secondi.
Fraser Island vuol dire sabbia ovunque: sul corpo, nei vestiti, nella tenda, nel sacco a pelo, nei cibi. Ma vuol anche dire avventura, campeggio piuttosto estremo, condivisione di tutto con persone che a malapena conosci, collaborazione continua per risolvere i mille problemi che un posto così ti crea. Davvero un'esperienza memorabile. E sarebbe di per sé già tanto, se non fosse che si svolge in uno dei posti più belli ed incontaminati del pianeta.
Purtroppo il giorno dopo si saluta tutti e si parte per Hervey Bay, tappa di relax prima della crociera di due giorni alle Whitsunday Islands, dove dovremmo incontrare alcuni degli irlandesi del nostro gruppo.
Avrei preferito ribeccare altra gente, ma (da fatalista nato) mi dico che forse è meglio così :P
Intanto gustatevi le foto a sinistra, a presto!
P.S.: Sotto c’e’ un altro post inedito, quello di Byron Bay: li ho postati insieme percio’, se vorrete, la lettura continua (anche se cronologicamente invertita)
Una passeggiata sulla spiaggia, poi scorta di alcoolici e via a letto perché il giorno dopo la sveglia suona alle 7.
Luke, il tipico coglionazzo australiano, si esibisce in un'introduzione all'isola che sembra più un numero di cabaret che un vero e proprio monito.
Non fate questo, non fate quello, ecc ecc.
La cosa più sensata che ha detto è stata: “ogni giorno della vostra noiosa vita, seduti davanti a computer in ufficio, dite a voi stessi “oh, come vorrei essere su un'isola tropicale ora...”. Beh, OGGI, è QUEL giorno, perciò preparatevi a spaccarvi e ad avere GOOD TIIIIMES!”.
Finalmente conosciamo la squadra, composta da 5 irlandesi e 4 nord-irlandesi. Morale: la comprensione è sostanzialmente difficilissima quando cominciano a parlare nel loro dialetto.
Caricato l'equipaggiamento, saliamo sulla nostra jeep, una Toyota Landrover che ne deve aver viste di tutti i colori, con 11 posti complessivi a sedere.
Equipaggiamento alcoolico: 5 casse di birra, 25 litri di vino bianco di serie Z, una bozza di bourbon e una di rum.
Luke ci mette in guardia: Fraser Island, come già detto, è fatta al 100% di sabbia, perciò niente strade o sentieri, si guida sempre e solo sulla sabbia. Il modo migliore per farlo è sfruttare il bagnasciuga, ma sbagliare di pochi centimetri, andando troppo verso l'acqua, può costare carissimo: il mare di Fraser è tra i più bastardi al mondo, talmente tanto che la balneazione è vietata.
Immergendo i piedi pochi centimetri in acqua ci si accorge che quando l'onda si ritira in flusso è talmente forte che ti trascina in acqua con un niente. Acqua, tra l'altro, infestata come poche da squali e meduse mortali.
Percio’ mettere due ruote nell’acqua col mare che ti toglie la terra da sotto significa ribaltarsi al 100%.
Meglio la sabbia soffice, direte voi. Ma è praticamente assicurato che si rimane impantanati ogni 5 metri.
Si parte, dopo pochi minuti di traghetto scendiamo sull'isola e cominciamo il nostri itinerario.
In barba a tutte le indicazioni, il buon Nick comincia a guidare come uno sciagurato, esibendosi in salti degni del telefilm Hazard. Ogni volta tremiamo per le sospensioni: romperle significa dover pagare 400$...
Ovviamente l'euforia la fa da padrona, quindi si comincia subito a bere in maniera scellerata: gli irlandesi si scolano una birra dietro l'altra mentre io e
Stefano ci dedichiamo a quella vinazza fetida.
Al primo stop, al Lake McKenzie, ognuno di noi si è già bevuto 5-6 lattine di birra o mezzo litro di vino. Incontriamo lì gli altri equipaggi, in tutto 6, e ci tuffiamo in questo meraviglioso lago dall'acqua (piovana) cristallina e dalla sabbia bianca e farinosa: un paradiso, ancora di più se sei completamente in bomba.
Al tramonto ci accampiamo insieme ad un altro equipaggio e si comincia con la musica. Alta, molto alta, forse troppo per chi, come me, aveva un mal di testa epico dovuto alla suddetta vinazza.
La mattina seguente visitiamo le Champagne Pools, ossia delle piccole piscine naturali protette da scogli, con acqua naturalmente effervescente all'interno.
Poi è la volta dell'Indian Head, un'altura dalla quale si ammira tutta l'isola.
È questo il posto da me prescelto per far cadere (accidentalmente) i miei amatissimi occhiali da sole, che dopo un volo di un centinaio di metri finiscono in mare. Nel mare più stronzo del mondo, altrimenti avrei fatto un giro più largo via mare per recuperarli.
Ci si accampa poi per l'ultima notte e si decide di accendere un fuoco, contravvenendo nuovamente alle indicazioni di Luke.
Dopo cena si finisce tutti a bere attorno al fuoco, ma la percentuale di irlandesi presenti (circa l'80%) finisce per trasformare la superiorità di Dublino su Cork nell'unico argomento possibile.
Proprio mentre, tazza di bourbon in mano, comincio ad annoiarmi, ecco che succede una di quelle cose che ti fanno sorridere: la bella della compagnia (ovviamente dell'altro equipaggio) mi attacca bottone dicendo che la sua amica è francese e quindi mi odia in quanto italiano.
Dopo aver dato della pezzente schifosa vicecampiona alla francese mi dedico alla più interessante fanciulla.
Mamma che bella.
Mora, capelli ricci, occhi celesti e carnagione scura.
Sarebbe già abbastanza, e invece no: trattasi infatti di un'affascinante macchina di morte, israeliana, con due anni di servizio militare alle spalle (nonostante i soli 22 anni d'età) ed un'esperienza di diversi anni nel krav maga.
Ozz, Tomass, tirate su le mani da sotto il tavolo... ecco grazie, posso continuare.
Rimaniamo a ciacolare davanti al fuoco per diverse ore, poi mi propone di svegliarci all'alba per vedere il sole sorgere sull'isola. Le dico di fare di tutto per svegliarmi, anche tirarmi un dingo in tenda se necessario.
Ah, i dingo, ora vi spiego:
Fraser Island è il regno dei dingo, i cani selvatici australiani. Sono numerosi e spesso aggressivi, hanno ucciso diverse persone negli ultimi anni.
Quindi da campeggiatore è sempre meglio stare attenti e non muoversi mai da solo.
Vado a letto, pensando a come sarebbe stato bello svegliarsi all'alba...
E poco importa che uno degli irlandesi mi collassi in tenda chiedendo ospitalità: mi aspettava comunque un buon risveglio.
E poco importa che cominci a piovere sulla tenda, tanto comunque sarebbe stato un buon risveglio.
Comincia a importarmi un po' di più quando, a pochi metri dalla mia testa, odo degli ululati durante la notte...
E comincia ad essere piuttosto importante quando, al posto della fanciulla, vengo svegliato dalle grida dei rangers che ci ordinano di alzarci e uscire dalle nostre tende.
Piove+dingo+rangers= niente alba con la tipa.
Ma mica finisce qui! I rangers cominciano con un super-cazziatone, spiegandoci che abbiamo infranto in una notte praticamente tutte le leggi dell'isola. I capi d'imputazione sono:
-accensione di un fuoco (è totalmente vietato sull'isola).
-uso di arbusti strappati dalla pianta per alimentare il fuoco (colpa degli irlandesi)
-abbandono di rifiuti sul suolo (avremmo ripulito il tutto una volta svegliati).
-abbandono di cibo fuori dai veicoli (il cibo aveva richiamato i dingo che si erano precipitati lì nella notte ed avevano banchettato: andare al cesso poteva diventare letale).
Riusciamo ad essere multati solo per i dingo e per il fuoco, per un totale di 600$. Il tutto mentre qualche coglionazzo irlandese spara, a tutto volume, una loro canzone tipica chiamata “We didn't start the fire”.
Per fortuna siamo in 22, quindi alla fine il danno economico è limitato.
Sistemiamo il tutto e ripartiamo, rischiando di morire altre volte per colpa dei salti sfrecciando a 100km/h sulla sabbia. Altre volte invece ci tocca tirare fuori dai guai (ossia dalla sabbia) l'altro gruppo. Sembrano disagi ma alla fine son momenti divertenti e forse i più speciali di questi giorni.
Si torna a casa e la nostra macchina passa miracolosamente l'esame meccanico: non abbiamo rotto le sospensioni, anche se avrei scommesso il contrario: si festeggia come dopo una vittoria ai mondiali.
Nick festeggia calciando un pallone, che apparteneva all'israeliana. Lei, che già lo odiava, si riprende il pallone e si allontana. Nick, sbruffone nel dna, le tira una specie di calcio in culo per finta, per sfotterla. A quel punto son servite 3 persone per portarla via prima che lo uccidesse. E, per Dio, so che avrebbe potuto farlo in meno di 5 secondi.
Fraser Island vuol dire sabbia ovunque: sul corpo, nei vestiti, nella tenda, nel sacco a pelo, nei cibi. Ma vuol anche dire avventura, campeggio piuttosto estremo, condivisione di tutto con persone che a malapena conosci, collaborazione continua per risolvere i mille problemi che un posto così ti crea. Davvero un'esperienza memorabile. E sarebbe di per sé già tanto, se non fosse che si svolge in uno dei posti più belli ed incontaminati del pianeta.
Purtroppo il giorno dopo si saluta tutti e si parte per Hervey Bay, tappa di relax prima della crociera di due giorni alle Whitsunday Islands, dove dovremmo incontrare alcuni degli irlandesi del nostro gruppo.
Avrei preferito ribeccare altra gente, ma (da fatalista nato) mi dico che forse è meglio così :P
Intanto gustatevi le foto a sinistra, a presto!
P.S.: Sotto c’e’ un altro post inedito, quello di Byron Bay: li ho postati insieme percio’, se vorrete, la lettura continua (anche se cronologicamente invertita)
2 commenti:
l'irlandese che è partito col pezzo è un IDOLO (ma non era quella di billy joel?)!!
puo' essere, so solo che non la conoscevo e mi diceva che per loro e' tipo un inno. Comunque gente che decisamente sa come fare merda, la sera dopo son quasi stati arrestati...
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