Quando arrivi a Byron Bay pensi che sia la città (invero cittadina) fatta su misura per te: si vive solo di mare, sole, surf e feste. Anche ora, nonostante qui sia inverno.
Il nostro “ostello” si rivela in realtà un'elegante villa arredata (una volta tanto) in modo delizioso e gestita da gente cui daresti le chiavi di casa tua dopo 2 min di conoscenza.
La prima cosa fatta una volta arrivati, accompagnati da un vicentino incontrato per caso per strada, è stata precipitarsi in spiaggia.
Dopo tutti i reumatismi causati dal freddo (se si può chiamare così) inverno di Melbourne, un po' di sole è quello che serve.
Un bagno nel Pacifico, un pomeriggio sotto il sole ed una nottata in un club esauriscono la nostra prima giornata.
Il secondo giorno, stoicamente, ci svegliamo alle 6 per andare a vedere l'alba a Cape Byron, estremità orientale del continente, famosa per il suo faro.
“A proposito, perché si chiama Byron Bay?” si chiederanno in molti.
Il Capitano Cook, scopritore del continente, ha voluto così battezzare il punto più orientale del paese, in onore del nonno (?!) del poeta Lord Byron, che aveva dedicato la sua vita alle esplorazioni.
Vabbè, ma torniamo a me e Stefano che scaliamo il Mortirolo alle 6 del mattino con le biciclette affittate il giorno prima: una fatica scellerata.
In più qualcosa va storto (tanto per cambiare) mentre cerco di cambiare marcia, e l'indifeso Shimano finisce in mezzo ai raggi in un'esplosione di rumori metallici, bestemmie e grasso di bicicletta.
Riesco, prendendo a pugni e calci la bici, a risistemare in maniera decente (ad esclusivo scopo estetico onde evitare di pagare riparazioni) il cambio e concludo la scalata tra mille imprecazioni.
Una volta arrivato, la vista mi ripaga di tutto: il sole sta salendo colorando di rosso l'orizzonte, il faro troneggia in cima alla collina, ma questo è solo il contorno (già di per sé mozzafiato).
Tutto intorno al capo, in questo paesaggio incantevole, decine di balene saltano e spruzzano acqua dagli sfiatatoi.
E' un momento a dir poco magico.
In questo periodo le megattere si spostano dall'Antartide per andare a partorire a nord, sulla Grande Barriera Corallina, e durante questo viaggio Cape Byron è un crocevia tipico dell'itinerario di questi cetacei.
Tornati in paese decidiamo di cimentarci nello sport del luogo: noleggiamo la tavola, la muta, e via di corsa a surfare.
Bellissimo, ma è davvero uno sport faticosissimo, specie col mare mosso che abbiamo trovato.
Ci prepariamo dunque a lasciare Byron in nottata, alle 3.15am, destinazione Rainbow Beach.
Immaginatevi questi due tipi, che hanno dormito 4 ore la notte prima, aspettare alla fermata del bus tutti imbacuccati ed infreddoliti, mentre davanti a loro si incrociano vagabondi, drogati, suonatori di strada ed ubriachi.
Tutta gente per bene.
La cosa più tragica è che arrivano le 3, le 3.15, le 4, e sto cazzo di bus non arriva...
Ci assale la paura: tutto è organizzato al millesimo di secondo per sfruttare al meglio i tempi: dobbiamo arrivare a Rainbow Beach prima delle 13 per partecipare al briefing obbligatorio di preparazione alla permanenza a Fraser Island che comincia il giorno successivo. Con questo ritardo siamo nella merda, tutto rischia di saltare: prenotazioni, soldi, coronarie.
La notte continua in modi sempre più surreali: uno dei vagabondi cerca di dimostrarci le sue abilità canore (senza successo...), un altro cerca di regalarci una felpa e si passa la notte tutti insieme al riparo in questa fermata del bus.
Uno dei vagabondi trova sotto una panchina un libro, in francese, e mi chiede di leggerlo e raccontarne la traduzione. Lo faccio perché, per quanto losco, questo personaggio si dimostra affabilissimo, e perché il mio francese, patetico, ancora mi permette di fare cose del genere.
Si scherza, si parla, si ride, fino alle 6.30, quando, accompagnato dall'esultanza dei nostri amici homeless appare all'orizzonte un bus Greyhound.
Il conducente ci spiega che il nostro bus si è rotto per strada e che lui avrebbe fatto di tutto per ridurre al minimo i nostri disagi. Con qualche chiamata ci organizza un veloce trasferimento Brisbane – Rainbow Beach dopo averci portati nella suddetta capitale del Queensland.
Alla fine eccoci qui, ce l'abbiamo fatta, i tour sono salvi e domani si parte col nostro gruppo di 9 persone (di cui ancora non conosciamo i componenti) per girare in jeep e campeggiare a Fraser Island, l'isola di sabbia più grande del mondo.
Abbiamo giusto avuto il tempo di comprare una bozza di bourbon ed una di Bundaberg, il dolcissimo rum locale, prima di dormire (dopo millemila tragicomiche ore di veglia) in vista di Fraser Island.
Ma questa è un'altra storia...
Il nostro “ostello” si rivela in realtà un'elegante villa arredata (una volta tanto) in modo delizioso e gestita da gente cui daresti le chiavi di casa tua dopo 2 min di conoscenza.
La prima cosa fatta una volta arrivati, accompagnati da un vicentino incontrato per caso per strada, è stata precipitarsi in spiaggia.
Dopo tutti i reumatismi causati dal freddo (se si può chiamare così) inverno di Melbourne, un po' di sole è quello che serve.
Un bagno nel Pacifico, un pomeriggio sotto il sole ed una nottata in un club esauriscono la nostra prima giornata.
Il secondo giorno, stoicamente, ci svegliamo alle 6 per andare a vedere l'alba a Cape Byron, estremità orientale del continente, famosa per il suo faro.
“A proposito, perché si chiama Byron Bay?” si chiederanno in molti.
Il Capitano Cook, scopritore del continente, ha voluto così battezzare il punto più orientale del paese, in onore del nonno (?!) del poeta Lord Byron, che aveva dedicato la sua vita alle esplorazioni.
Vabbè, ma torniamo a me e Stefano che scaliamo il Mortirolo alle 6 del mattino con le biciclette affittate il giorno prima: una fatica scellerata.
In più qualcosa va storto (tanto per cambiare) mentre cerco di cambiare marcia, e l'indifeso Shimano finisce in mezzo ai raggi in un'esplosione di rumori metallici, bestemmie e grasso di bicicletta.
Riesco, prendendo a pugni e calci la bici, a risistemare in maniera decente (ad esclusivo scopo estetico onde evitare di pagare riparazioni) il cambio e concludo la scalata tra mille imprecazioni.
Una volta arrivato, la vista mi ripaga di tutto: il sole sta salendo colorando di rosso l'orizzonte, il faro troneggia in cima alla collina, ma questo è solo il contorno (già di per sé mozzafiato).
Tutto intorno al capo, in questo paesaggio incantevole, decine di balene saltano e spruzzano acqua dagli sfiatatoi.
E' un momento a dir poco magico.
In questo periodo le megattere si spostano dall'Antartide per andare a partorire a nord, sulla Grande Barriera Corallina, e durante questo viaggio Cape Byron è un crocevia tipico dell'itinerario di questi cetacei.
Tornati in paese decidiamo di cimentarci nello sport del luogo: noleggiamo la tavola, la muta, e via di corsa a surfare.
Bellissimo, ma è davvero uno sport faticosissimo, specie col mare mosso che abbiamo trovato.
Ci prepariamo dunque a lasciare Byron in nottata, alle 3.15am, destinazione Rainbow Beach.
Immaginatevi questi due tipi, che hanno dormito 4 ore la notte prima, aspettare alla fermata del bus tutti imbacuccati ed infreddoliti, mentre davanti a loro si incrociano vagabondi, drogati, suonatori di strada ed ubriachi.
Tutta gente per bene.
La cosa più tragica è che arrivano le 3, le 3.15, le 4, e sto cazzo di bus non arriva...
Ci assale la paura: tutto è organizzato al millesimo di secondo per sfruttare al meglio i tempi: dobbiamo arrivare a Rainbow Beach prima delle 13 per partecipare al briefing obbligatorio di preparazione alla permanenza a Fraser Island che comincia il giorno successivo. Con questo ritardo siamo nella merda, tutto rischia di saltare: prenotazioni, soldi, coronarie.
La notte continua in modi sempre più surreali: uno dei vagabondi cerca di dimostrarci le sue abilità canore (senza successo...), un altro cerca di regalarci una felpa e si passa la notte tutti insieme al riparo in questa fermata del bus.
Uno dei vagabondi trova sotto una panchina un libro, in francese, e mi chiede di leggerlo e raccontarne la traduzione. Lo faccio perché, per quanto losco, questo personaggio si dimostra affabilissimo, e perché il mio francese, patetico, ancora mi permette di fare cose del genere.
Si scherza, si parla, si ride, fino alle 6.30, quando, accompagnato dall'esultanza dei nostri amici homeless appare all'orizzonte un bus Greyhound.
Il conducente ci spiega che il nostro bus si è rotto per strada e che lui avrebbe fatto di tutto per ridurre al minimo i nostri disagi. Con qualche chiamata ci organizza un veloce trasferimento Brisbane – Rainbow Beach dopo averci portati nella suddetta capitale del Queensland.
Alla fine eccoci qui, ce l'abbiamo fatta, i tour sono salvi e domani si parte col nostro gruppo di 9 persone (di cui ancora non conosciamo i componenti) per girare in jeep e campeggiare a Fraser Island, l'isola di sabbia più grande del mondo.
Abbiamo giusto avuto il tempo di comprare una bozza di bourbon ed una di Bundaberg, il dolcissimo rum locale, prima di dormire (dopo millemila tragicomiche ore di veglia) in vista di Fraser Island.
Ma questa è un'altra storia...
3 commenti:
Sarà stata la stagione diversa, ma il mio ricordo principale di Byron Bay è il numero esagerato di topless di minorenni in spiaggia... Stavo veramente male...
Aggiungerei le sorelle sotto la doccia...e le ragazzine in minigonna bianca per strada che penso tu abbia fotografato!!! Io non è che stessi male, semplicemente in spiaggia mi è stato a lungo imossibile alzarmi dall'asciugamano x evitare di essere arrestato x atti osceni in luogo pubblico!!!
altra stagione... spiaggione comunque, ma ragazzine a scuola... Vorra' dire che ci torniamo per capodanno, il mio visto sara' ancora valido :P
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