giovedì 17 luglio 2008

Stop V - CAIRNS

Ultima tappa dopo 4500km effettuati in bus, eccoci ai tropici!

Cairns è una piccola cittadina che rappresenta il capolinea del 90% dei viaggi lungo la East Coast effettuati dai backpackers: in sostanza, ci si ritrova tutti qui.

E' inoltre il miglior unto di partenza per esplorare la Grande Barriera Corallina (ad est) o la foresta pluviale (a nord).

Decidiamo di sfruttare entrambe le opportunità e, dopo una notte insonne in ostello passata a bestemmiare dietro a una coppia particolarmente infoiata e rumorosa, partiamo per un tour della Daintree Forest.

Per prima cosa ci aspetta una breve crociera sul Daintree River per vedere i coccodrilli che abitano queste acque, poi una bella passeggiata a Mission Beach ed una camminata attraverso la foresta pluviale tra mangrovie, felci giganti e torrenti.

Una giornata bella e faticosa, ma a Cairns, come dice un motto di qui, “To sleep is not an option”: Cairns è carina, ordinata, non ha una bella spiaggia ma ha un complesso artificiale chiamato Lagoon con una piscina stupenda e gigantesca, che di certo non fa rimpiangere la mancanza di un lido vero e proprio.

Ma la peculiarità di Cairns è il fatto che qui ogni sera è sabato sera. Anche nei giorni più insulsi della settimana frotte di giovani affollano almeno un paio dei locali più celebri (segnalo qui Gilligan's e Woolshed) per ubriacarsi usufruendo dei mille "Happy Hours" e far festa fino all'alba. Ci s può facilmente dimenticare di che giorno della settimana sia, tanto l'afflusso rimane costantemente altissimo.

Cosa molto bella dei discopub australiani è che la gente ti attacca bottone con una facilità disarmante. Se un ragazzo è lì da solo, con una birra in mano, non si fa il minimo scrupolo a venire ad attaccarti bottone e si finisce spesso a passare la serata a ciacolare.

E' così che conosciamo Joe, strambo trentenne di Surfer Paradise che vive di surf e divertimenti. Quando ti vedi arrivare uno così, temi sempre che voglia insidiare il tuo innocente lato-b, invece qui è una cosa del tutto normale fare quattro chiacchiere con sconosciuti. In più la sua ossessione per i davanzali delle bariste (invero notevoli) ci offriva quella piccola rassicurazione in più per continuare la divertente conversazione senza altri patemi.

Ovviamente oltre al buon Joe in questi locali si incontrano anche “persone” più interessanti ed affascinanti, specie le ragazze che, col loro "effervescente" modus vivendi, rimpiangero' amaramente una volta in Italia. Ci siamo divertiti un sacco ogni sera.

Seconda gita: saliamo sullo yatch più lussuoso di Cairns (che riusciamo a permetterci solo con una sorta di offerta last minute) e partiamo alla volta della Grande Barriera Corallina e di Upolu Cay, una lingua di sabbia in mezzo all'oceano lunga 30 metri circondata da fondali spettacolari. L'immersione è magica: i fondali sono degni del più spettacolare dei documentari, i pesci son coloratissimi e dalle forme più assurde: trattasi probabilmente del momento più elevato dell'intera vacanza.

Dopo un pasto luculliano torniamo in acqua. Mi tuffo con dei gamberi in mano e vengo circondato da enormi esemplari di batfish che impazziscono attorno a me. Alla fine li imbocco cercando di scattare nel contempo delle buone foto.

Anche lì, avere questi pescioni che ti nuotano attorno entrando a contatto più volte senza timore, è una sensazione magnifica.

E' davvero frustrante cercar di descrivere quanto visto, non rende nemmeno l'1% delle sensazioni provate, perciò prima di morire non fate i pigri, comprate un biglietto aereo ed immergetevi nella G.B.R. (Great Barrier Reef, come la chiamano qui).

Nell'ultima sera insieme io e il prode Stefano decidiamo di condividere un'ultima esperienza esotica ed andiamo in ristorante a mangiare coccodrillo.

La carne è bianca, alla vista è simile al pollo, mentre il gusto è davvero leggerissimo e dolciastro. Mi è piaciuta, ma non c'è gara con la ben più gustosa carne di canguro o di emù (consumate nel medesimo pasto).

Così il giorno dopo Stefano mi lascia per andare a Sydney al WYD.

Devo dire che son contento di aver condiviso quest'esperienza con lui. Pensavo che sarei diventato insofferente, alla lunga, nei confronti di un qualunque compagno di viaggio. Invece, essendo simili in molte cose, siamo riusciti a decidere, organizzare e vivere tutto senza il minimo screzio.

Ah, a proposito, sotto questo post trovate quello sulla crociera alle Whitunsays, li ho postati insieme, percio', se vorrete, buona continuazione di lettura.

Quanto a me, dopo la partenza di Stefano resto un ultimo giorno a Cairns, sotto la pioggia battente, così decido di fare l'ultima mattata di questo strambo viaggio.

Quale? A presto...

Stop IV - WHITSUNDAY ISLANDS + AIRLIE BEACH

Dopo Fraser Island ci aspetta una nuova avventura: una crociera di 3 giorni e 2 notti a bordo di un catamarano attorno alle Whitsunday Islands, avamposto della Grande Barriera Corallina.

Come sempre si compra l'alcool, ci si dirige al porto e si parte.

La sorpresa è scoprire che 3 dei nostri compagni di squadra a Fraser (Das, Rachel e Steven, nordirlandesi di Belfast) ci affiancheranno anche in questa avventura, insieme a tre canadesi, un israeliano, quattro gallesi, due inglesi, un tedesco e quattro francesi.

Sembra l'inizio di una barzelletta.

Si parte e dopo un paio d'ore comincia a piovere.

Nella brochure dell'agenzia avevamo letto che il catamarano disponeva di posti letto per tutti, ma che comunque la possibilità più gettonata era quella di dormire sul ponte, sotto le stelle.

La realtà, ben meno romantica, ci presenta 4 posti letto sottocoperta stile cella punitiva in campo di concentramento e nient'altro. La notte sul ponte non è una possibilità, ma una necessità per la quasi totalità degli occupanti.

Bello, simpaticissimo, ma non con quel vento e quella pioggia incessanti.

Tanto per cambiare la buttiamo sul bere e, con classe superiore rispetto ai nostri compagni, non ci accontentiamo del “goon”.

A proposito: la parola è slang che indica la gettonatissima vinazza in cartone di qui (costa meno di 10$ per 3 litri...) che dicono contenere di tutto, ma proprio di tutto, ma non vero vino. Ne ho abusato la prima sera a Fraser e mi ha causato uno dei più allucinanti mal di testa della mia vita.

Comunque noi appunto abbiamo del whisky (chiaramente di serie z), niente “goon time” per noi.

La gente è simpatica e ci si diverte. Anche se tutti vanno a nanna presto, verso le 23, lasciando Das solo a rantolare chiedendo compagnia.

A nanna, appunto... Mi tocca dormire in un sacco a pelo sul tetto del catamarano.

Condizioni pietose: il piccolo telo-tettoia contiene a malapena la pioggia, ma non può nulla contro il vento gelido.

Comunque il sacco a pelo è caldo, e per una volta il cappuccio della mia felpa serve a qualcosa... Dormita stranamente ottima.

La mattina dopo, tanto per prendere a calci nelle palle le nostre flebili speranze, il tempo continua ad essere una merda.

Si approda a Whitsunday Island, la più grande delle isole dell'arcipelago, dove, dopo un breve bushwalking ci attende Whitheaven Beach.

Il cielo è grigio ma almeno smette di piovere. E la spiaggia ci ripaga di tanta umidità: un posto paradisiaco, la cui sabbia è composta al 99% di silicio puro. Tradotto: la spiaggia è bianca che più bianco non si può, una meraviglia. Il tutto è circondato da un bellissimo mare turchese. una visione davvero mozzafiato. Quasi quanto quella delle quattro francesi che, entusiaste della vista, decidono di tuffarsi in mare e sfociare in un non poco esibizionistico ma nondimeno apprezzato topless.

Seconda ed ultima sera sulla barca, ormai il gruppo è unito e l'atmosfera di festa ci distrae dall'ennesima pioggia.

Lo skipper, il neozelandese Jimmy, ci intrattiene con storie da vecchio lupo di mare. Si beve, si ride e si scherza e, come successo a Fraser, quasi si prova malinconia all'idea di lasciarsi il giorno dopo.

E' difficile da spiegare, ma di condivide davvero tutto: disagi, emozioni, visioni, uno spazio vitale piccolissimo, esperienze e racconti personali... Ognuno nel suo piccolo ti lascia qualcosa dentro, ti diverte, ti fa incazzare, ti fa sognare o interessare.

E' tutto ciò che hai, una specie di mini-famiglia confezione singola, per 3 giorni, prima di perdersi per sempre.

Altra notte passata sul tetto del catamarano, altro risveglio alle 6.30, prima di essere letteralmente spinti in acqua alle 7.30 per l'ennesima sessione di snorkelling (per i profani, trattasi dell'immersione con maschera e boccaglio) sugli splendidi fondali dell'arcipelago, densi di coralli, spugne e pesci coloratissimi.

Si torna ma già si organizza una seratona tutti insieme per salutarci degnamente.

Ed è una gran serata: beviamo come spugne (tanto per cambiare) balliamo e facciamo festa in un paio di locali. Le due ragazze canadesi ci fanno sbellicare dalle risate, mentre gli irlandesi hanno la stupida idea a sfidarmi a chi beve di più. Alla fine constatiamo alla Alcohol test-Machine chi ha il grado alcoolico più alto per proclamare il vincitore che andrà premiato con un drink extra pagato dagli sconfitti.

Parte Steven: 0,65; poi Das: 1,7; infine il sottoscritto: 5,6.

L'italiano vince, e con lui vince l'Italia intera.

Alle 2 purtroppo dobbiamo lasciare l'allegra brigata e correre a prendere il bus che ci porterà a Cairns, ultima tappa del nostro viaggio.

domenica 6 luglio 2008

Stop III - FRASER ISLAND

Arriviamo a Rainbow Beach in ritardo, a causa delle peripezie del giorno precedente, perciò perdiamo il briefing con i nostri compagni di squadra.
Una passeggiata sulla spiaggia, poi scorta di alcoolici e via a letto perché il giorno dopo la sveglia suona alle 7.
Luke, il tipico coglionazzo australiano, si esibisce in un'introduzione all'isola che sembra più un numero di cabaret che un vero e proprio monito.
Non fate questo, non fate quello, ecc ecc.
La cosa più sensata che ha detto è stata: “ogni giorno della vostra noiosa vita, seduti davanti a computer in ufficio, dite a voi stessi “oh, come vorrei essere su un'isola tropicale ora...”. Beh, OGGI, è QUEL giorno, perciò preparatevi a spaccarvi e ad avere GOOD TIIIIMES!”.
Finalmente conosciamo la squadra, composta da 5 irlandesi e 4 nord-irlandesi. Morale: la comprensione è sostanzialmente difficilissima quando cominciano a parlare nel loro dialetto.
Caricato l'equipaggiamento, saliamo sulla nostra jeep, una Toyota Landrover che ne deve aver viste di tutti i colori, con 11 posti complessivi a sedere.
Equipaggiamento alcoolico: 5 casse di birra, 25 litri di vino bianco di serie Z, una bozza di bourbon e una di rum.
Luke ci mette in guardia: Fraser Island, come già detto, è fatta al 100% di sabbia, perciò niente strade o sentieri, si guida sempre e solo sulla sabbia. Il modo migliore per farlo è sfruttare il bagnasciuga, ma sbagliare di pochi centimetri, andando troppo verso l'acqua, può costare carissimo: il mare di Fraser è tra i più bastardi al mondo, talmente tanto che la balneazione è vietata.
Immergendo i piedi pochi centimetri in acqua ci si accorge che quando l'onda si ritira in flusso è talmente forte che ti trascina in acqua con un niente. Acqua, tra l'altro, infestata come poche da squali e meduse mortali.
Percio’ mettere due ruote nell’acqua col mare che ti toglie la terra da sotto significa ribaltarsi al 100%.
Meglio la sabbia soffice, direte voi. Ma è praticamente assicurato che si rimane impantanati ogni 5 metri.
Si parte, dopo pochi minuti di traghetto scendiamo sull'isola e cominciamo il nostri itinerario.
In barba a tutte le indicazioni, il buon Nick comincia a guidare come uno sciagurato, esibendosi in salti degni del telefilm Hazard. Ogni volta tremiamo per le sospensioni: romperle significa dover pagare 400$...
Ovviamente l'euforia la fa da padrona, quindi si comincia subito a bere in maniera scellerata: gli irlandesi si scolano una birra dietro l'altra mentre io e
Stefano ci dedichiamo a quella vinazza fetida.
Al primo stop, al Lake McKenzie, ognuno di noi si è già bevuto 5-6 lattine di birra o mezzo litro di vino. Incontriamo lì gli altri equipaggi, in tutto 6, e ci tuffiamo in questo meraviglioso lago dall'acqua (piovana) cristallina e dalla sabbia bianca e farinosa: un paradiso, ancora di più se sei completamente in bomba.
Al tramonto ci accampiamo insieme ad un altro equipaggio e si comincia con la musica. Alta, molto alta, forse troppo per chi, come me, aveva un mal di testa epico dovuto alla suddetta vinazza.
La mattina seguente visitiamo le Champagne Pools, ossia delle piccole piscine naturali protette da scogli, con acqua naturalmente effervescente all'interno.
Poi è la volta dell'Indian Head, un'altura dalla quale si ammira tutta l'isola.
È questo il posto da me prescelto per far cadere (accidentalmente) i miei amatissimi occhiali da sole, che dopo un volo di un centinaio di metri finiscono in mare. Nel mare più stronzo del mondo, altrimenti avrei fatto un giro più largo via mare per recuperarli.
Ci si accampa poi per l'ultima notte e si decide di accendere un fuoco, contravvenendo nuovamente alle indicazioni di Luke.
Dopo cena si finisce tutti a bere attorno al fuoco, ma la percentuale di irlandesi presenti (circa l'80%) finisce per trasformare la superiorità di Dublino su Cork nell'unico argomento possibile.
Proprio mentre, tazza di bourbon in mano, comincio ad annoiarmi, ecco che succede una di quelle cose che ti fanno sorridere: la bella della compagnia (ovviamente dell'altro equipaggio) mi attacca bottone dicendo che la sua amica è francese e quindi mi odia in quanto italiano.
Dopo aver dato della pezzente schifosa vicecampiona alla francese mi dedico alla più interessante fanciulla.
Mamma che bella.
Mora, capelli ricci, occhi celesti e carnagione scura.
Sarebbe già abbastanza, e invece no: trattasi infatti di un'affascinante macchina di morte, israeliana, con due anni di servizio militare alle spalle (nonostante i soli 22 anni d'età) ed un'esperienza di diversi anni nel krav maga.
Ozz, Tomass, tirate su le mani da sotto il tavolo... ecco grazie, posso continuare.
Rimaniamo a ciacolare davanti al fuoco per diverse ore, poi mi propone di svegliarci all'alba per vedere il sole sorgere sull'isola. Le dico di fare di tutto per svegliarmi, anche tirarmi un dingo in tenda se necessario.
Ah, i dingo, ora vi spiego:
Fraser Island è il regno dei dingo, i cani selvatici australiani. Sono numerosi e spesso aggressivi, hanno ucciso diverse persone negli ultimi anni.
Quindi da campeggiatore è sempre meglio stare attenti e non muoversi mai da solo.
Vado a letto, pensando a come sarebbe stato bello svegliarsi all'alba...
E poco importa che uno degli irlandesi mi collassi in tenda chiedendo ospitalità: mi aspettava comunque un buon risveglio.
E poco importa che cominci a piovere sulla tenda, tanto comunque sarebbe stato un buon risveglio.
Comincia a importarmi un po' di più quando, a pochi metri dalla mia testa, odo degli ululati durante la notte...
E comincia ad essere piuttosto importante quando, al posto della fanciulla, vengo svegliato dalle grida dei rangers che ci ordinano di alzarci e uscire dalle nostre tende.
Piove+dingo+rangers= niente alba con la tipa.
Ma mica finisce qui! I rangers cominciano con un super-cazziatone, spiegandoci che abbiamo infranto in una notte praticamente tutte le leggi dell'isola. I capi d'imputazione sono:
-accensione di un fuoco (è totalmente vietato sull'isola).
-uso di arbusti strappati dalla pianta per alimentare il fuoco (colpa degli irlandesi)
-abbandono di rifiuti sul suolo (avremmo ripulito il tutto una volta svegliati).
-abbandono di cibo fuori dai veicoli (il cibo aveva richiamato i dingo che si erano precipitati lì nella notte ed avevano banchettato: andare al cesso poteva diventare letale).
Riusciamo ad essere multati solo per i dingo e per il fuoco, per un totale di 600$. Il tutto mentre qualche coglionazzo irlandese spara, a tutto volume, una loro canzone tipica chiamata “We didn't start the fire”.
Per fortuna siamo in 22, quindi alla fine il danno economico è limitato.
Sistemiamo il tutto e ripartiamo, rischiando di morire altre volte per colpa dei salti sfrecciando a 100km/h sulla sabbia. Altre volte invece ci tocca tirare fuori dai guai (ossia dalla sabbia) l'altro gruppo. Sembrano disagi ma alla fine son momenti divertenti e forse i più speciali di questi giorni.
Si torna a casa e la nostra macchina passa miracolosamente l'esame meccanico: non abbiamo rotto le sospensioni, anche se avrei scommesso il contrario: si festeggia come dopo una vittoria ai mondiali.
Nick festeggia calciando un pallone, che apparteneva all'israeliana. Lei, che già lo odiava, si riprende il pallone e si allontana. Nick, sbruffone nel dna, le tira una specie di calcio in culo per finta, per sfotterla. A quel punto son servite 3 persone per portarla via prima che lo uccidesse. E, per Dio, so che avrebbe potuto farlo in meno di 5 secondi.
Fraser Island vuol dire sabbia ovunque: sul corpo, nei vestiti, nella tenda, nel sacco a pelo, nei cibi. Ma vuol anche dire avventura, campeggio piuttosto estremo, condivisione di tutto con persone che a malapena conosci, collaborazione continua per risolvere i mille problemi che un posto così ti crea. Davvero un'esperienza memorabile. E sarebbe di per sé già tanto, se non fosse che si svolge in uno dei posti più belli ed incontaminati del pianeta.
Purtroppo il giorno dopo si saluta tutti e si parte per Hervey Bay, tappa di relax prima della crociera di due giorni alle Whitsunday Islands, dove dovremmo incontrare alcuni degli irlandesi del nostro gruppo.
Avrei preferito ribeccare altra gente, ma (da fatalista nato) mi dico che forse è meglio così :P
Intanto gustatevi le foto a sinistra, a presto!

P.S.: Sotto c’e’ un altro post inedito, quello di Byron Bay: li ho postati insieme percio’, se vorrete, la lettura continua (anche se cronologicamente invertita)

Stop II - BYRON BAY

Quando arrivi a Byron Bay pensi che sia la città (invero cittadina) fatta su misura per te: si vive solo di mare, sole, surf e feste. Anche ora, nonostante qui sia inverno.
Il nostro “ostello” si rivela in realtà un'elegante villa arredata (una volta tanto) in modo delizioso e gestita da gente cui daresti le chiavi di casa tua dopo 2 min di conoscenza.
La prima cosa fatta una volta arrivati, accompagnati da un vicentino incontrato per caso per strada, è stata precipitarsi in spiaggia.
Dopo tutti i reumatismi causati dal freddo (se si può chiamare così) inverno di Melbourne, un po' di sole è quello che serve.
Un bagno nel Pacifico, un pomeriggio sotto il sole ed una nottata in un club esauriscono la nostra prima giornata.
Il secondo giorno, stoicamente, ci svegliamo alle 6 per andare a vedere l'alba a Cape Byron, estremità orientale del continente, famosa per il suo faro.
“A proposito, perché si chiama Byron Bay?” si chiederanno in molti.
Il Capitano Cook, scopritore del continente, ha voluto così battezzare il punto più orientale del paese, in onore del nonno (?!) del poeta Lord Byron, che aveva dedicato la sua vita alle esplorazioni.
Vabbè, ma torniamo a me e Stefano che scaliamo il Mortirolo alle 6 del mattino con le biciclette affittate il giorno prima: una fatica scellerata.
In più qualcosa va storto (tanto per cambiare) mentre cerco di cambiare marcia, e l'indifeso Shimano finisce in mezzo ai raggi in un'esplosione di rumori metallici, bestemmie e grasso di bicicletta.
Riesco, prendendo a pugni e calci la bici, a risistemare in maniera decente (ad esclusivo scopo estetico onde evitare di pagare riparazioni) il cambio e concludo la scalata tra mille imprecazioni.
Una volta arrivato, la vista mi ripaga di tutto: il sole sta salendo colorando di rosso l'orizzonte, il faro troneggia in cima alla collina, ma questo è solo il contorno (già di per sé mozzafiato).
Tutto intorno al capo, in questo paesaggio incantevole, decine di balene saltano e spruzzano acqua dagli sfiatatoi.
E' un momento a dir poco magico.
In questo periodo le megattere si spostano dall'Antartide per andare a partorire a nord, sulla Grande Barriera Corallina, e durante questo viaggio Cape Byron è un crocevia tipico dell'itinerario di questi cetacei.
Tornati in paese decidiamo di cimentarci nello sport del luogo: noleggiamo la tavola, la muta, e via di corsa a surfare.
Bellissimo, ma è davvero uno sport faticosissimo, specie col mare mosso che abbiamo trovato.
Ci prepariamo dunque a lasciare Byron in nottata, alle 3.15am, destinazione Rainbow Beach.
Immaginatevi questi due tipi, che hanno dormito 4 ore la notte prima, aspettare alla fermata del bus tutti imbacuccati ed infreddoliti, mentre davanti a loro si incrociano vagabondi, drogati, suonatori di strada ed ubriachi.
Tutta gente per bene.
La cosa più tragica è che arrivano le 3, le 3.15, le 4, e sto cazzo di bus non arriva...
Ci assale la paura: tutto è organizzato al millesimo di secondo per sfruttare al meglio i tempi: dobbiamo arrivare a Rainbow Beach prima delle 13 per partecipare al briefing obbligatorio di preparazione alla permanenza a Fraser Island che comincia il giorno successivo. Con questo ritardo siamo nella merda, tutto rischia di saltare: prenotazioni, soldi, coronarie.
La notte continua in modi sempre più surreali: uno dei vagabondi cerca di dimostrarci le sue abilità canore (senza successo...), un altro cerca di regalarci una felpa e si passa la notte tutti insieme al riparo in questa fermata del bus.
Uno dei vagabondi trova sotto una panchina un libro, in francese, e mi chiede di leggerlo e raccontarne la traduzione. Lo faccio perché, per quanto losco, questo personaggio si dimostra affabilissimo, e perché il mio francese, patetico, ancora mi permette di fare cose del genere.
Si scherza, si parla, si ride, fino alle 6.30, quando, accompagnato dall'esultanza dei nostri amici homeless appare all'orizzonte un bus Greyhound.
Il conducente ci spiega che il nostro bus si è rotto per strada e che lui avrebbe fatto di tutto per ridurre al minimo i nostri disagi. Con qualche chiamata ci organizza un veloce trasferimento Brisbane – Rainbow Beach dopo averci portati nella suddetta capitale del Queensland.
Alla fine eccoci qui, ce l'abbiamo fatta, i tour sono salvi e domani si parte col nostro gruppo di 9 persone (di cui ancora non conosciamo i componenti) per girare in jeep e campeggiare a Fraser Island, l'isola di sabbia più grande del mondo.
Abbiamo giusto avuto il tempo di comprare una bozza di bourbon ed una di Bundaberg, il dolcissimo rum locale, prima di dormire (dopo millemila tragicomiche ore di veglia) in vista di Fraser Island.
Ma questa è un'altra storia...

Ubicazione